MILANO CITTÀ APERTA, RICCA PER L’IMMIGRAZIONE

gennaio 2019

“Dobbiamo avere la consapevolezza che senza immigrati Milano si ferma”. Qualche giorno fa, il sindaco Beppe Sala ha ribadito una verità sotto gli occhi di tutti: “Essere una città aperta e internazionale significa anche accogliere chi scappa dal proprio Paese per fuggire alle guerre o decide di costruire qui un futuro migliore per sé e la propria famiglia. Questa capacità è uno degli elementi di forza di Milano, dove il 19 per cento della popolazione è di origine straniera, contro il nove per cento nazionale”. Il motore economico del Paese è anche motore dell’immigrazione, primati legati a filo doppio, perché il benessere attrae forze nuove e forze nuove alimentano il benessere. E se il Sole 24 Ore incorona Milano per qualità della vita, in cima alla classifica l’hanno portata anche quei milanesi, uno su cinque, che vengono da lontano (460 mila immigrati), insieme ai difficilmente quantificabili figli e nipoti delle migrazioni passate.

L’ultimo rapporto “Milano Produttiva” della Camera di commercio, per esempio, racconta una fetta importante dell’immigrazione milanese, quella che ha deciso di fare da sé, creando ricchezza anche per gli altri: “Le imprese controllate da persone di nazionalità estera – si legge nel volume – forniscono da tempo un contributo rilevante allo sviluppo dell’imprenditoria nei nostri territori, facendo registrare dei tassi di crescita superiori alla media generale. D’altro canto, scegliere di fare l’imprenditore può essere per un immigrato (specialmente se di provenienza extraeuropea) una via all’integrazione sociale, soprattutto per quelle popolazioni che hanno una più forte tradizione all’intrapresa, come i cinesi e gli egiziani che vivono numerosi nelle nostre realtà”.

“A Milano sono quasi 48 mila le attività di imprenditori nati all’estero, crescono del +4% in un anno e del +37,3% dal 2013. Il peso delle imprese straniere è oggi del 16% [contro il 10% nazionale ndr]. Questi dati sono caratteristici di una città aperta come Milano alle grandi imprese multinazionali che investono e ai piccoli imprenditori di origine estera. Si tratta di un contributo crescente alla nostra economia, in un trend europeo e internazionale”, dice a Mixità Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e segretario generale dell’Unione Artigiani della Provincia di Milano. “È interessante notare la specializzazione delle imprese straniere in alcuni comparti. Spesso offrono prodotti e servizi dedicati alla loro comunità, che possono incontrare anche i gusti degli italiani e creare situazioni nuove di mercato. Con la possibilità di creare ponti con i paesi d’origine e nuove occasioni di business e culturali”.

Quali sono le criticità maggiori per questi imprenditori e quali strumenti si possono mettere in campo per aiutarli a superarle? “Fare impresa è una sfida, con rischi e opportunità. Nel territorio milanese sono oltre 200 mila gli imprenditori. Per gli stranieri – sottolinea Accornero – ci sono le stesse regole, a cui si aggiungono difficoltà culturali. La Camera di commercio offre un aiuto concreto e affianca le imprese nei vari momenti della loro attività: dalla creazione alla formazione, dall’innovazione all’internazionalizzazione”.

Evidentemente, Milano offre più trampolini che ostacoli. “Questa città ti dà vantaggi che altrove non hai, è la capitale finanziaria, ci sono le aziende più importanti e i migliori talenti. Anche se la burocrazia pesa qui come nel resto d’Italia, il livello di opportunità è molto più alto”, conferma a Mixità Luca Sheng, 34 anni, Ceo di China Power Spa, che ha fondato nel 2013 insieme ad altri due giovani italo cinesi, Marco Jin e Zhang Quing. Oggi rifornisce 5 mila clienti sparsi in tutta Italia con 60 milioni di kwh di energia elettrica e 15 milioni di metri cubi di metano ogni anno. Quasi tutti quei 5 mila (soprattutto imprese, ma anche famiglie), fanno parte della nutrita comunità cinese in Italia.

Sheng è arrivato in Italia quando aveva 5 anni, è cresciuto in Toscana, ha studiato management alla Bocconi. Dopo la laurea, ha lavorato in una multinazionale di consulenza strategica, quindi insieme agli ex compagni di studi si è lanciato nell’avventura di China Power. “Siamo seconde generazioni, quindi perfettamente integrati e con una formazione manageriale europea, ma nello stesso tempo abbiamo un forte legame con la nostra comunità. Abbiamo pensato che nel mercato libero dell’energia, dove c’è poca trasparenza e molta diffidenza, tra teleselling e porta a porta, potevamo offrire un servizio dedicato ai cinesi d’Italia”. La società ha venditori e operatori del call center madrelingua, ma parlano cinese anche le bollette, per le quali c’è un ulteriore sforzo di semplificazione per far capire meglio quanto cosa ogni voce della fornitura. “Così superiamo barriere linguistiche e diffidenza”.

China Power dà lavoro a una ventina di persone, fattura circa 20 milioni l’anno e dopo gli esordi da startup nella chinatown meneghina si è spostata in Zona Centro Direzionale, aprendo, intanto, una succursale a Prato. “Lavoriamo per una nicchia, ma è proprio questa la nostra forza, perché riusciamo a essere estremamente specifici”, aggiunge il CEO. Sheng da due anni guida l’Unione imprenditori Italia Cina, associazione di categoria a focus economico, ma con diversi sconfinamenti nel sociale: “L’Uniic vuole essere un collettore di esperienze e un ponte tra la comunità cinese e le istituzioni e la società italiane. La chiusura, la non comprensione, sono spesso figlie della mancata conoscenza reciproca, se ci si siede intorno a un tavolo si eliminano tanti ostacoli”.

Il caso dell’operosa comunità cinese, che ha iniziato a insediarsi in città già un secolo fa e oggi è protagonista del suo tessuto produttivo, dovrebbe spingere a immaginare anche le potenzialità degli ultimi arrivati, come i migranti forzati accolti dal Comune nello Sprar, il sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati.“L’immigrazione a Milano è un fenomeno che non nasce negli ultimi anni e non nasce certo con gli africani. Milano ha saputo aprirsi ad essa, gestirla e trarne vantaggio già nel secolo scorso e continua su questa strada anche oggi che i migranti hanno un colore della pelle diverso e non fuggono solo dalla fame o dalla povertà, ma anche dalla guerra, dai disastri ambientali e dalle persecuzioni”, dice a Mixità l’assessore alla politiche sociali Pierfrancesco Majorino.

“Molti di loro li ho incontrati personalmente in questi anni: sono Hanane, che ha aderito al programma comunale delle badanti di condominio e che, da diverso tempo ormai, si prende cura di Caterina e di diversi altri anziani che abitano nelle case popolari, Balde che è arrivato qui con un permesso di protezione umanitaria e si è costruito una vita scegliendo di lavorare aiutando chi si trova oggi nella stessa situazione in cui si è trovato lui appena sbarcato sulle coste italiane, o Ahmad, ballerino siriano cresciuto in un campo profughi vicino Damasco che ha sfidato i terroristi dell’Isis danzando nel teatro di Palmira e ha scelto di regalare la sua arte per raccogliere fondi e dare una speranza ai bambini del suo Paese”. Tutti esempi, sottolinea Majorino, “di come una città aperta possa dare e ricevere ricchezza guardando ai migranti come persone e non come pacchi da spostare di qua e di là”.

Il “modello Milano”, spiega ancora l’assessore, “punta a produrre migranti integrati perché li coinvolge in progetti di inclusione sociale”, come il volontariato per azioni di pulizia e decoro della città. “È un modo per loro di restituire qualcosa alla città che li ospita e, contemporaneamente, per farsi conoscere dai milanesi e integrarsi nel tessuto sociale”. Intanto, il Comune punta a raddoppiare entro quest’anno (da 422 a 1000) i posti messi a disposizione nell’ambito dello Sprar. “Questo il quadro dell’accoglienza milanese. Non significa che non ci siano problemi complessi o situazioni difficili connesse all’immigrazione, però il sistema Milano cerca di affrontare la sfida dell’integrazione e di non farsi incantare dalle sirene della paura”.

Mixità

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