L’ANTITRUST BOCCIA LA TASSA SUL MONEY TRANSFER

febbraio 2019

Così com’è discrimina, altera la concorrenza e tende al torbido anziché alla trasparenza. Per questo, secondo l’Antitrust, la nuova imposta sulle rimesse va modificata.

Il balzello, inserito a fine anno dal governo nell’ultimo Decreto Fiscale, ammonta all’1,5% dei trasferimenti di denaro da 10 euro in su effettuati verso paesi non appartenenti all’Unione Europea tramite operatori di money transfer. Un brutto regalo di Natale per tutti gli immigrati che utilizzano quel canale per mandare a casa parte dei risparmi. Il governo conta di racimolare così circa 60 milioni di euro l’anno, considerato che, secondo la Banca d’Italia, il valore complessivo di quelle rimesse supera i 4 miliardi.

Quando l’imposta è stata approvata, sono rimaste inascoltate le proteste di chi la ritiene un’ingiusta e ulteriore ‘spremitura’ dei lavoratori stranieri, che sui loro redditi, come tutti, già pagano le tasse. Sono stati così trascurati anche gli impegni internazionali, condivisi dall’Italia già al G8 del 2009, a ridurre il costo delle rimesse, considerate una leva di sviluppo per i Paesi più poveri molto più potente della stessa cooperazione internazionale. Infine, ci si è dimenticati che proprio per quelle ragioni, qualche anno fa, un’iniziativa analoga aveva avuto vita breve.

Ora, però, arriva anche una segnalazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che è una sonora bocciatura. Pubblicata sul bollettino del 18 febbraio e indirizzata a governo, Parlamento, Agenzia delle Entrate e Banca d’Italia, dice, innanzitutto, che “la nuova imposta sulle rimesse di denaro risulta ingiustificatamente discriminatoria”.

La discriminazione, stavolta, non c’entra nulla col razzismo. Il problema è che la tassa si applica “alle sole rimesse effettuate dagli istituti di pagamento (cd. money transfer operator – MTO), ma non dalle altre categorie di operatori che possono offrire analogo servizio, in particolare le banche italiane ed estere e la società Poste Italiane S.p.a.” Questa distinzione, spiega l’Antitrust, rischia di “alterare il corretto confronto competitivo, poiché si traduce in un elemento di costo gravante solo sugli istituti di pagamento, riducendo la loro capacità di formulare offerte competitive, a parità di altre condizioni”. Sul mercato delle rimesse, insomma, le regole non sono più e stesse per tutti i giocatori e questo falsa il risultato della partita.

Non finisce qui. Secondo l’Antitrust, la nuova imposta “potrebbe ridurre ulteriormente il grado di trasparenza sulle condizioni economiche praticate per il servizio di rimesse di denaro, in un contesto in cui i costi complessivi del servizio già risultano di difficile comparazione, poiché dipendono da numerose e mutevoli variabili, tra cui commissioni e spread sui tassi di cambio”. Questo può determinare un “ulteriore aumento dei costi di ricerca per i consumatori, riducendo così gli incentivi per gli operatori a competere efficacemente”.

La conclusione? L’Autorità chiede “opportune modifiche”, per eliminare gli “effetti discriminatori tra operatori” e “ripristinare le condizioni per un corretto confronto competitivo”.

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