DA CARSLBERG A MENABREA, LA BIRRA SCOPRE I NUOVI ITALIANI

ottobre 2017

“Tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa, io credo che tra un attimo mi farò una birra”, disse un giorno Homer Simpson prima di scolarsi una Duff. Se cercasse compagnia, troverebbe molti credenti in Italia, dove il consumo di birra negli ultimi anni è di nuovo in crescita e dove ormai si fanno felicemente i conti anche con bottiglie, lattine e boccali che dissetano gli immigrati.

I trenta litri pro capite consumati dagli italiani, del resto, sono davvero poca cosa rispetto ai novanta litri dei romeni, tanto per citare la comunità  più numerosa, ma in classifica ci superano anche molti altri. Non è un caso che, secondo l’Osservatorio Nuovi Italiani Etnocom-Doxa, la birra sia amatissima dai 5,5, milioni di stranieri che vivono in Italia: tra tutte le bevande è superata di un soffio solo dai succhi di frutta, ma è prima tra quelle alcoliche. Il 46% la beve abitualmente, con forti differenze tra comunità :tra asiatici e africani il consumo è intorno al 30%, est europei e latinoamericani arrivano quasi al 55%.

Sono numeri sui quali i colossi della birra iniziano a ragionare. “È un mercato importante, anche se, per tipo di portfolio e di offerta, il nostro target primario in questo ambito sono gli stranieri come turisti e in particolare nelle città , sia d’affari che d’arte, che amano i prodotti del nostro Paese e li vogliono scoprire ed assaggiare” dice a Mixità  Andrea Negro, direttore commerciale di Carlsberg Italia, che accanto a marchi come Carlsberg, Tuborg o 1664 Kronenbourg sfoggia anche l’italianissimo Birrificio Angelo Poretti.

Proprio Angelo Poretti nel XIX secolo fece le valigie e vestì i panni del migrante, andando a imparare il mestiere in Austria, Boemia e Baviera, prima di tornare a fondare il suo birrificio a Induno Olona, in Valganna. Chissà  che penserebbe dei migranti che bevono oggi la sua birra. “Credo che la ricerca di marchi nazionali, soprattutto per quanto riguarda l’alimentare, è da una parte voglia di conoscere e dall’altra ricerca di integrazione, quindi ha una duplice valenza” sottolinea Negro.

Per il direttore commerciale di Carlsberg Italia, questi nuovi consumatori non influiranno sulla varietà  dell’offerta, perchè “il mercato italiano tenderà  a crescere più sui prodotti premium, sia italiani che esteri, rispetto allo stile lager, anche se dovessero arrivare da altri Paesi”. Ritiene però che potrebbero “avere senso” strategie di comunicazione e marketing dedicate per il mercato etnico: “Sicuramente è sfidante capire quali siano i mezzi più efficienti per questo tipo di consumatori, un pubblico tutto sommato nuovo e ancora poco conosciuto ed esplorato”.

Franco Thedy, amministratore delegato di Birra Menabrea Spa, non ha dubbi: “Questo mercato per noi è assolutamente importante. Siamo orgogliosi di essere il birrificio attivo più antico d’Italia e che la nostra birra venga apprezzata anche dai consumatori stranieri. Il nostro brand è portabandiera dell’eccellenza italiana nel mondo e siamo orgogliosi che anche gli stranieri che vivono nel nostro Paese possano gustare la qualità  della nostra birra.”

Se bere Menabrea è “bere italiano”, può essere percepito come uno strumento o una conferma di integrazione? “La birra è una bevanda capace di aggregare, in questo senso si può affermare che possa favorire anche la coesione sociale. Produciamo birra da 171 anni e siamo presenti in 36 paesi nel mondo. Gli stranieri ci scelgono per la qualità  della nostra birra, 100% italiana ed orgogliosa di esserlo.”

“La nostra politica è orientata alla presentazione di nuove referenze che possano rispondere alle richieste della nostra clientela” aggiunge Thedy. Chissà  allora che un giorno Menabrea, accanto a Bionda, Ambrata, Strong e Rossa, o a Light, Pils, Boch e Weiss riservate alla ristorazione, non proponga linee studiate per i gusti specifici di questa o quella comunità . L’ad non esclude campagne promozionali in lingua: “Non abbiamo ancora pensato ad iniziative di questo tipo, che riteniamo comunque possano essere interessanti”.

I nuovi arrivati stanno intanto portando con sè anche birre che un tempo difficilmente avrebbero varcato i nostri confini. Tornando ai romeni, che come produttori e consumatori di birra hanno molto da insegnare, se ci si affaccia nei loro negozi in Italia (ci sono ormai interi supermercati) si scopre un mondo. Ecco marchi da loro amatissimi, ma a noi italiani pressochè sconosciuti, come Ciuc, TimiÈ™oreana o Ursus, ma stupiscono anche formati “esotici”, tra tutti il bottiglione di birra in PET che può arrivare fino a due litri.

Una grande dimestichezza con le birre “degli altri” ce l’ha sicuramente Federico Peruzzi, marketing manager di Uniontrade srl, uno dei principali importatori e distributori in Italia di bevande e cibi etnici da tutto il mondo. “Gli immigrati – conferma a Mixità  – hanno un consumo pro-capite molto più alto del nostro, soprattutto quelli dall’Est Europa. Ad esempio i Rumeni consumano tantissima birra Timisoreana che arriva però tutta dal mercato parallelo, mentre i sudamericani consumano tanta birra, ma italiana perchè più economica rispetto a quella d’importazione dalle loro nazioni di provenienza”.

Uniontrade srl distribuisce birre straniere in tutti i canali, compresa la GDO. “I più importanti per noi sono però il dettaglio etnico e soprattutto la ristorazione giapponese, wok e fusion con le birre giapponesi Asahi, Sapporo e Kirin”. “Soprattutto il canale della ristorazione etnica – sottolinea Peruzzi – può diventare un trampolino di lancio per far conoscere un prodotto anche al grande pubblico italiano”.

Secondo l’esperto, la presenza dei nuovi italiani “ha influito ed influirà ” sull’offerta. “Negli scaffali della GDO e nei negozi di specialità  si stanno diffondendo sempre più prodotti ed ingredienti alimentari di origine etnica che stanno gradualmente entrando nelle abitudini dei consumatori italiani. Lo stesso può avvenire anche per le birre. Le giapponesi Sapporo e Ashai sono già  distribuite in GDO. Si possono trovare anche alcune birre dell’est europeo”.

“Per raggiungere i consumatori stranieri – aggiunge Peruzzi – è necessario adottare codici comunicativi adeguati alle varie comunità  etniche. Questa è la strategia adottata dai distributori in paesi come Olanda e Gran Bretagna, dove il mercato dell’etnico è molto più diffuso che da noi perchè sono molto più numerose ed integrate le varie comunità . Sono molto d’aiuto i nuovi canali social. Ad esempio Facebook diventa la maniera più efficace per raggiungere la comunità  filippina o Wechat e lo strumento migliore per parlare ai cinesi”.

Se la Duff non ha problemi a farsi amare da Homer, insomma, uno sforzo in più delle nostre birre per proporsi ai nuovi italiani potrebbe fare la differenza.

Mixità 

< Tutti i post